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PEOPLE TEAM ON THE ROAD TO SWEDEN

INSIGHT

PEOPLE TEAM ON THE ROAD TO SWEDEN

DIARIO DI BORDO DI UN AGILE PEOPLE LOVER

GIORNO 1

Il vocione di Barry White risuona nell’autobus che scarrozza noi passeggeri verso l’aeromobile diretto a Monaco. La mia mente si sforza di ripescare il titolo della canzone nella memoria, ma niente. Sono già in modalità Agile-Pensiero. Ed è da un po’ che la mia capacità di ricordare i titoli non funziona più bene come un tempo. Dovrò farmene una ragione prima o poi. Volti assonnati mi circondano, guardano verso il basso, indaffarati con il loro smartphone già alle 5 di mattina. Sarà…

Atterro all’aeroporto di Monaco e una vetrina di abiti galattica e inabbordabile mi distrae dagli Agile-pensieri, sorrido… giusto ieri sera con le ragazze del marketing confabulavo a proposito di shopping sfrenato da organizzare al più presto.

Perché sono qui?

Semplice: mi occupo di recruiting da vent’anni e ho capito che buona parte delle skills che ho acquisito finora non servono più. Ecco l’ho detto.

Stop. Game over. Sono cambiate le regole del gioco.

E quindi? Volo in Svezia, a Stoccolma, ad ascoltare i pionieri dell’Agile HR, no anzi dell’Agile People.

Dal 23 al 26 ottobre Stoccolma ospita la 6a Agile People Sweden 2018 Conference. Nome altisonante in effetti, ma ti assicuro che il pensiero che c’è dietro se lo merita tutto. Fai conto che è come se per 4 giorni si riunissero gli Stati Generali dell’HR in ottica Agile.

Per te che mastichi già questo mindset non serve dire altro, per te che invece di Agile hai sempre e solo sentito parlare e non hai ancora capito se è solo la moda del momento o qualcosa di più, te lo racconto con parole mie.

Agile è uno stile di pensiero, un insieme di valori e di principi su cui puoi basare le tue azioni, professionali e non.
È come il running: inizi piano piano, con fatica, ad un certo punto ti vien voglia addirittura di mollare, poi ad un certo punto… tataa’! Ti cambia, diventa parte del tuo modo di essere e di fare. Non puoi più farne a meno se non ad un prezzo altissimo.

Il suo scopo? Insegnarti un modo per prendere buone decisioni in una particolare situazione. A dare un senso a quello che fai all’interno della tua organizzazione. A semplificare. Ad assecondare il cambiamento, anziché ostacolarlo seguendo un piano. Cambiamento rapido, mondo complesso. Hai già mal di testa, vero?

L’Agile è un qualcosa che a volte stai prima a raccontare con i fatti che con le parole. Lo diceva bene anche Martin Luther King: ci sono cose, situazioni per cui le parole non esistono.

È da un po’ che mi chiedo come posso io, professionalmente figlia della Command & Control Generation pensare che, in un mondo che cambia, l’HR se ne freghi di ciò che accade intorno e dentro alle organizzazioni? Il mio sogno come HR? Riuscire a portare l’equità nelle organizzazioni

Ecco il perché di questo mio viaggio.

Seguimi, ti porterò con me in questi giorni di speech and talk, di workshop e altro ancora sul mondo dell’Agile People.

Stay tuned and Agile Ale’!

GIORNO 2

Apro gli occhi alle 7 senza sveglia che suoni (via da casa la sveglia mi diventa inutile), e la prima cosa che vedo è una cimice che svolazza sopra la mia testa. Realizzo in un nanosecondo che considerate le temperature medie di ottobre a Stoccolma quell’orribile essere che odio più dei ragni può essere arrivato qui solo in un modo: ha viaggiato con me in valigia da Treviso. Scatto di reni e salto sul letto (grazie running, grazie!) e la schifosetta cosa fa? Vola ancora più in alto e si mimetizza perfettamente con le stampe proprio color verde cimice della tenda. Adios. Sono costretta a conviverci fino a sabato, lo so già.

Doccia veloce, colazione e mi fiondo in strada, Google Maps alla mano per arrivare con l’anticipo tattico dei 15 min, quello che metto abilmente in atto in situazioni del genere. Entro, invoco il mantello dell’invisibilità che puntualmente non arriva, mi faccio piccola piccola (uno dei difetti che mi porto dalla nascita senza nessuna speranza che migliori) sondo l’atmosfera, scruto volti, alzo antenne.

Ed eccoli lì! Incrocio due volti amici, Dario e Michele due degli ideatori dell’Agile Business Day italiano. Larghi sorrisi, e tra un “anche tu qui”, e un “dai che vediamo cosa raccontano gli svedesi”, inizia il primo talk.

Dave Snowden, con il suo talk “Doctrine, domesticity and delinquency: returning Agile to the wild” sembra appena uscito da una baita di montagna. E come se non bastasse, pare lì apposta per ricordarmi che parlare inglese è fico, ma che ognuno ha il suo accento. E lui ne ha uno che io ci metto 10 minuti buoni a capire che il suo “what” non è esattamente British or American, ma strettamente Scottish. Non mi resta che incollare gli occhi alle slides, tendere l’orecchio e cercare di portare a casa almeno un paio di concetti che altrimenti col cavolo che ci vengo ancora qui.

Ma è quando arriva il momento di Andrea Darabos e del suo “How to develop accountability and self-reliance with practice” che sento di essere nel posto giusto. Lei mi ispira più di tutti oggi. Una biondina gracile dal viso dolcissimo che da piccola, ostacolata dai genitori, sognava di fare il software engeneer e che ha scoperto da grande di saperci proprio fare con le persone.
Si mette in gioco da subito e con un pizzico di emozione ci racconta la sua storia personale.

È una cosa che risuona più volte oggi nei talks quella del mettersi in gioco in prima persona con i propri collaboratori.

Raccontarsi agli altri. È il primo modo per iniziare a fare squadra e trovo la conferma del perché mi piace tanto. È un modo semplice, agile, a portata di mano di tutti noi, indipendentemente dal lavoro che facciamo. E che, senza saperlo, adotto da anni. Tutti siamo in grado di raccontarci agli altri se vogliamo. Ci fa sentire meno distanti, meno alieni, meno inadeguati. Ci fa sentire tanti meno-meno e forse con qualche più-più. Che non siamo soli e che ce la possiamo fare.

“How would the world be if we all believed we can?” Ci chiede Andrea alla fine. Better, mi sento rispondere a bassa voce, surely better. No doubt.

Stay tuned and Agile Ale’!

3° GIORNO

Apro gli occhi e penso alla cimice di ieri che chissà dove si è infilata (in valigia di nuovo sarebbe il colmo), ma per fortuna l’appetito mi fa alzare dal letto, doccia, mi vesto e raggiungo il “corridoio della colazione” come fosse già casa mia.

Sì perché, dopo il primo giorno risulta tutto più facile, scegli il tavolo tattico, prendi le cose giuste, lasci le polpette di carne ricetta Ikea e il caviale in tubo da 300g. Ricette “particolarmente svedesi”, anzi, svezzesi. Mi viene in mente Cleber, mio figlio, e sorrido ripensando alla ns. conversazione prima della partenza. Per lui in Svezia si parla lo svezzese. Provo a dirgli che si dice svedese e non svezzese, mi risponde che sì, ha capito, ma dopo il bacio della buonanotte il maghetto in erba mi chiede “mamma cerca un negozio di magie e comprami un mazzo di carte svezzesi, ok?”. Non ce la possiamo fare.

Del resto in Scozia si parla lo scozzese no? Ripenso all’amico Dave Snowden della conferenza di ieri e mi rimonta il nervoso. Accidenti a te e alla tua pronuncia! Perché in Svezia non si può dire che si parla lo svezzese allora? Mi convinco che Cleber pensa già out of the box in stile perfettamente Agile. Col cavolo che lo correggo ancora. Ho un tirocinante Agile in casa e non lo so.

Arrivo all’Hotel Odenplan e sembra tutto calcolato. Se il primo giorno di Conference si conclude con una domanda di quelle cosmiche, il secondo non poteva che cominciare con una domanda altrettanto cosmica: “Are we building a dream?”.

Me lo chiede Federica, una project manager italiana che lavora in Electrolux, ma svedese di adozione e che incontro in aula. Siamo le uniche italiane al workshop di oggi, tenuto da Fabiola Eyholzer. Riconosco che il titolo suona in effetti un po’ ambizioso: “HR as People Champion”. Ma del resto siamo a uno dei meeting più referenziati del settore, ci sta.

Non lo so se stiamo costruendo un sogno, rispondo a Federica, di certo c’è che qualcosa è veramente cambiato intorno a noi, all’interno delle organizzazioni dove lavoriamo e proprio noi, popolo dell’HR, siamo chiamati a dare un contributo forte, che lasci il segno. Non possiamo fare finta di niente o che tocchi sempre agli altri per primi. Intanto sforziamoci di spostare il focus. Su persone e relazioni prima che su processi e strumenti. E guarda un po’, questo è anche il primo principio dell’Agile Manifesto.

Annuisce convinta ed è come se ci conoscessimo da sempre.

L’HR ha una sfida da cogliere: è chiamato a trovare una chiave che aiuti le persone e le organizzazioni a trarre il meglio dal cambiamento anziché subirlo. Il cambiamento c’è, non possiamo evitarlo. E contrastarlo costa troppo caro.

E così tra un’esperienza e l’altra si avvicina l’ora dei saluti. Il collega islandese butta lì una provocazione diretta ad un ipotetico Mister HR: “if you would not exist, what would be missing?”.

Una domanda che imbarazza e fa calare il silenzio in aula. È così che ci salutiamo con il gruppo. Prendo le mie cose, regalo un sorriso a tutti ed esco. Mi serve una boccata d’aria e un negozio di magie svezzesi per Cleber.

Stay tuned and Agile Ale’!

4° GIORNO

Mi sveglio alle 7 e mezzo con la sveglia stavolta. Strano. Solito rito doccia-colazione-trucco, poi un messaggio di Federico mi ricorda che oggi è il mio compleanno. Lo chiamo e intanto penso al regalo che scarterò stasera. È sempre bello scartare i regali che lui e i ragazzi mi comprano, c’azzeccano sempre. L’altra sera si sono preoccupati di dirmi che erano andati tutti insieme a prenderlo e se non li fermo mi raccontano per filo e per segno che cos’è. Sì perché non ce la fanno proprio a tenere un segreto in fatto di regali. Uomini.

Butto tutto in valigia velocemente ed esco a godermi l’ultima giornata in città.

Il tempo è cambiato. Il cielo è nuvoloso e tira vento come succede da noi solo a febbraio (quando succede!). Comunque, no problem, sono attrezzata con berretto, sciarpa e guanti oltre che con speciale giacca a vento che a Treviso indosso forse una volta l’anno.

Opto per il giro delle stazioni della metropolitana. Sì, perché dovete sapere che l’arte qui a Stoccolma è ovunque, persino nella metro. E molte stazioni sono delle vere e proprie opere d’arte. Scopro che gli svezzesi organizzano addirittura dei tour guidati.

Compro un one-day ticket e sprofondo negli abissi di questa bellissima città. Mi si apre uno spettacolo pazzesco e inaspettato fatto di colori e disegni meravigliosi.

È così, girovagando tra una stazione e l’altra che ripenso ai due giorni di full immersion dell’Agile People Conference.

Che dire? Se dovessi riassumere con una parola che cosa mi è rimasto direi inspiration. C’è molto da fare tra le imprese del nostro territorio, una cosa prima di  tutte: creare le condizioni perché le persone si sentano un valore, non un costo. Iniziamo con il chiedere a ciascuna di loro: che cosa è importante per te? Quali sono i tuoi bisogni, i tuoi moving motivators? Invece di chiederci perchè Tizio o Caio sono andati via (sarebbe inutile ormai, troppo tardi) domandiamoci: perché le altre persone sono ancora qui? Che cosa le trattiene da noi? Che cosa condividiamo già e che cosa possiamo condividere di più?

È ora che all’interno delle organizzazioni le persone si sentano libere di parlare apertamente di che cosa le preoccupa e che cosa no, che si sentano libere di fare domande, di ammettere di aver sbagliato chiedendosi “come mai è successo” piuttosto di “chi è stato”. Chi pensa e agisce in modo Agile chiama tutto ciò “organizzazione psicologicamente sicura”.

Non c’è che dire, sono grandi, questi svezzesi.

Arrivederci al prossimo anno e Agile Alè!

POSTILLA

Lunedì si ricomincia, e scopro da Barbara del Marketing che il buon Dave Snowden non è scozzese ma gallese. Poco cambia, il suo terribile accento mi tormenterà ancora per un po’.

Lunedì si ricomincia, dicevo, e il caso vuole che un’azienda cliente con la quale sto dialogando da un po’ mi ricontatti mentre sono qui. Il loro HR è un giovane brillante, con poca esperienza, ma con tanta voglia di fare, animato dalle migliori intenzioni. I numeri sono buoni eppure hanno capito che qualcosa non gira. Mi chiedono consulenza, supporto. Le vostre Persone, dirò loro. Le vostre Persone sono la chiave di tutto: “Individuals and interactions over processes and tools”.

Se siete disponibili a partire da qui, io ci sono.

2018-11-10T20:09:43+00:00 Scritto da |Categories: Insight|Tags: , |

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